Industrial “Micro” PC

Da qualche tempo meditavo di introdurre ai miei contatti “sistemistici” il mondo “industrial PC”, che di fatto “frequento” almeno dal 2009, e che ho avuto modo di introdurre “concretamente” in Edison … l’occasione mi è stata fornita da Contradata, che ha deciso di mettermi a disposizione un PC industriale di dimensioni veramente ridotte di IEI, oltre a un disco SSD decisamente peculiare di InnoDisk, prodotti che ho poi avuto modo di gestire attraverso un prodotto altrettanto interessante di InnoDisk, vale a dire il piccolissimo “InnoAgent”‘

1. ITG-100-AL

In questo caso siamo davanti ad un comunissimo PC, ma completamente senza ventole, e di dimensioni ridottissime: 137 x 102.8 x 56.2 mm.

E’ costruito intorno ad un soc Intel atom x5-E3930: stiamo quindi parlando di un prodotto lanciato a fine 2016, che supporta un massimo di 8GB di ram LPDDR3 … con questo articolo vorrei dare evidenza di quanto possa aver senso nel 2022 considerare una macchina con tali specifiche, paragonandola al comune notebook che uso per scrivere questo articolo.

IEI ITG-100-AL

Nella sua configurazione “di fornitura”, è equipaggiato con 2GB di ram LPDDR3 non ECC (anche se la memoria ECC è supportata) e un disco mSATA su bus PCIe da 64GB: essendo un prodotto concepito per uso “industrial”, quindi con sistemi operativi compatti tipo Windows “IoT” piuttosto che distribuzioni Linux con footprint “ridotto”, si tratta di una dotazione più che sufficiente.

Siccome il mio obiettivo però è di dare un idea a chi non ha “consuetudine” con il mondo industrial, ho effettuato test con sistemi operativi del tutto standard, anche per farmi un idea di cosa si può fare con un simile PC in un comunissimo utilizzo “daily office”.

Sono quindi partito effettuando un benchmark con il PC con cui scrivo l’articolo, un contemporaneo Samsung Book2 PRO con 16GB di ram, utilizzando la nota suite “Passmark Performance Test” nella sua versione 10.2 , ottenendo uno score complessivo di 3789 punti … vediamo come si comporta a confronto il MiniPC nella sua configurazione base.

1.1 Test Win10 Pro x86 + 2GB Ram

2GB di ram sarebbero sufficienti anche per una versione “base” di Windows 10 x64, ma per un uso “ragionevole” e per poter fare un test di utilizzo con software “comune” ho deciso di fare un primo test con la versione a 32bit nella configurazione base.

Il paragone con il mio notebook di ultima generazione “sembra” impietoso per quanto riguarda l’indice “globale” di prestazioni, cosa tuttosommato ragionevole se non altro per una macchina che costa 8 volte tanto.

Da notare comunque la differenza di prestazioni fra un’installazione “standard” di Windows 10 e dopo l’installazione di tutti i driver, operazione che da sola riesce a raddoppiare le prestazioni.

In questa configurazione comunque la macchina finisce per fare il boot in 20 secondi dalla pressione del pulsante di accensione, di cui i primi 10 per la diagnostica … un risultato del tutto dignitoso.

1.1b Test Win10 Pro x86 + 4/8GB Ram

La macchina è dotata di un unico slot LPDDR3, che permette di sostituire il banco da 2GB originale con uno da 4 o da 8, operazione che ho fatto ottenendo un punteggio di benchmark sostanzialmente identico in tutti i casi: ovvio che con 8GB di ram è possibile tranquilamente disabilitare la memora virtuale e utilizzare più applicativi in un utilizzo comune, mentre la configurazione a 2GB si presta più per applicativi verticali di tipo industriale.

1.1.c Test Knoppix 9.1 + 2GB Ram

2GB di ram sono comunque abbondantemente sufficienti per una distribuzione di Linux “live” come Knoppix: ho quindi utilizzato per un paio d’ore la macchina con la recente versione 9.1 che è risultata di una fluidità eccellente, sia nella comune navigazione con Chromium che nell’utilizzo di documenti Word e fogli di calcolo con OpenOffice, senza poter avere contezza che si trattasse di qualcosa di diverso dal mio notebook tradizionale.

Per confronto, anche in questo caso avrei voluto utilizzare la suite Passmark, pur disponibile per Linux, ma in nessun modo sono riuscito a farla girare su questa distribuzione, anche installandola sul disco SSD locale, rimandando il test all’utilizzo con Ubuntu.

1.2 Test Win10 Pro x64 2/4/8GB Ram

Installando invece una copia di Win10 a 64bit, resta evidente l’impatto della memoria ram aggiuntiva: se l’indice complessivo con Win10 a 32bit è pari a 383, con la versione a 32bit sale a 482, che passano a 533 con 4GB di ram e 551 con 8GB di ram.

1.3 Test Win11 Pro x64+ 8GB Ram

4GB di ram sono sufficienti anche per un installazione con Windows 11, anche se questo miniPC manca di un chip TPM

1.4 Test Win11 Pro x64+ 8GB Ram

8GB di ram diventano più che sufficienti per l’esecuzione di Windows 11 64 bit disabilitando la memoria virtuale, operazione praticamente indispensabile su una macchina industriale per consentirne la durabilità, specie in termini di usura dei supporti di memoria a stato solido.

1.4.1 Test con Office365

1.4.1 Test con Autocad 2D

Innodisk 3ME4 / 870EVO / InnoOSR /

1.5 Conclusioni

Comparazione commentata di tutti i benchmark

  • Test con Disco M.2 A-Key aggiuntivo interno
  • Test con Disco SSD Sata aggiuntivo
  • Test con InnoOSR 64GB

Comparazione commentata di tutti i benchmark

  • Utilizzo di un mese come Office PC
  • Utilizzo di un mese come Car PC

2. InnoOSR 2.5” SATA SSD 3TO7

InnoOSR 2.5” SATA SSD | Industrial SSD

Veniamo ora al disco SSD, del quale Innodisk dichiara essere il primo prodotto al mondo con funzionalità di “System Recovery” implementate a livello di firmware, il tutto allo scopo di “tagliare alla radice” ogni problema di compatibilità software.

Esteticamente il prodotto si presenta come un comune SSD, con in più un piccolo header da 4 pin, di cui due dedicati a un led, ed un altro di tipo GPIO; quest’ultimo, in estrema sintesi, può essere cortocircuitato da un qualsiasi pulsante per “iniziare” le procedure di ripristino, oppure pilotato da un’altro device GPIO che faccia la stessa cosa via software, con intervento umano o proceduralmente.

Per connetterlo al pc IEI ho utilizzato l’a’unica porta SATA in dotazione, alimentando il disco con un’alimentatore ATX esterno, non avendo a disposizione per il mio test lo specifico box di espansione IEI ITG-100-AL-E1 ma il risultato è perfettamente equivalente.

Alla prima connessione il disco si presenta a Windows come un SSD da 35.90 GB non partizionato, da poter quindi usare come un disco comune; lanciando invece il tool “InnoOSR_AGE”, una gradevole interfaccia grafica ci informa che il disco ha a disposizione un’area “nascosta” da 20GB, il che rende conto della riduzione di dimensione che appare al sistema operativo.

InnoOSR al primo utilizzo

2.2 Test della funzionalità di ripristino via software

Siccome avevo scelto di fare un’installazione di Windows 10 su una partizione da 21GB, al primo utilizzo sono stato informato da InnoOSR che la partizione nascosta non aveva spazio a sufficienza per poter ricevere un BackUp tale da permettere la funzione di “Standard Recovery”, quindi ho ridotto ulteriormente la dimensione della partizione di sistema allo scopo di poter effettuare il primo Backup.

InnoOSR dopo il ridimensionamento della partizione di sistema

Ridimensionata la partizione di sistema, bisogna selezionarla specificamente: ciò fa intendere come il backup sia inteso non dell’intero disco, ma di una singola partizione: è ovvio che in questi casi, per una resilienza maggiore in termini di disaster recovery, sia opportuno installare windows in un’unica partizione piuttosto che premettergli quella standard per i file di boot e per il recovery. Selezionata la prima partizione a questo punto è possibile procedere ad un primo backup:

InnoOSR pronto per effettuare il primo backup di una partizione

La pressione del tasto “backup” genera la comparsa per un breve istante di una finestra di command line, dopodichè parte la procedura di backup, che in questo caso è durata circa sei minuti; al termine il software ha effettuato uno shutdown della macchina.

Dopo il reboot il tool innoOSR offriva in effetti la possibilità di fare il recovery:

come primo test ho effettuato delle modifiche al sistema ed effettuato il primo recovery, anche in questo caso durato circa sei minuti.

Anche al termine della procedura il software ha causato uno shutdown, dopo il quale il sistema era in effetti tornato nelle condizioni precedenti alle mie modifiche.

A questo punto è intervenuto un “problema”, probabilmente di gioventù dello specifico firmware: la partizione di sistema così “ripristinata” si è rivelata non modificabile …

2.2 Test della funzionalità di ripristino mediante interrupt GPIO

Il cavetto con led e pulsante fornito in dotazione in linea di principio permetterebbe di effettuare il recovery con un input “hardware” umano tenendolo premuto per più di cinque secondi … in realtà la cosa non ha funzionato, immagino sempre per problemi di gioventù del firmware


Supports Hardware GPIO and Software Triggering
Reserved GPIO Pins to Accommodate your System Design

2.3 Conclusioni

In conclusione: un disco InnoOSR da 64GB si presenta al sistema come un disco SATA da 35.90GB … la parte “riservata” del disco NON è visibile da sistema operativo e la sua dimensione NON si può modificare senza l’intervento di innodisk

3. InnoAgent EZ2N-0XL1

Come ultima parte della prova di “materiale industriale”, ho utilizzato un piccolissimo modulo, sempre dello stesso produttore del disco SSD, che è concepito espressamente per il management “out of band” di soluzioni industriali. Si tratta di una piccola daughterboard

EZ2N-0XL1

La mia prima presentazione: a scuola, insegno ai professori! Possibile?

Oggigiorno, in ambito lavorativo e nelle più disparate discipline, è ormai prassi consolidata trattare pubblicamente temi e argomenti, siano essi le fasi di un progetto da intraprendere, i dettagli di una operazione finanziaria, le
caratteristiche di un prodotto, attraverso presentazioni realizzate con l’uso di programmi quali Powerpoint, Keynote o Impress … ma quarant’anni fa, questi
programmi non esistevano ancora e per presentare qualcosa ad una platea, si
usavano altri metodi: si scrivevano i testi a macchina, si preparavano cartelloni, in taluni casi si ricorreva ad una lavagna luminosa.

In quegli anni ero uno studente liceale nella città di Chieti: Il mio istituto aveva
due sedi, la principale ubicata sul colle dove sorgeva l’antica “Teate” e
una succursale nella zona di pianura, in espansione industriale, che prende il
nome di “Scalo” in virtù della presenza di una stazione ferroviaria.

Inutile dire che mentre la sede centrale era una vero edificio scolastico, attrezzato con palestra e qualche laboratorio (anche se nessuno li utilizzava),
quella secondaria era “arrangiata” in un appartamento, senza palestra (alla cui mancanza si sopperiva con il vicino parco giochi) e non di meno, senza laboratori.
Un’immagine abbastanza usuale nella scuola dei primi anni ottanta.
Siamo infatti tra il 1982 e il 1983: cominciano ad affacciarsi sul mercato i primi
home computer, preludio della rivoluzione di cui oggi viviamo gli effetti. Ma, in quegli anni, non esistendo nè negozi specifici, nè grossi centri commerciali, non era facile trovare dove poterli acquistare, soprattutto in un piccolo paese come quello in cui vivevo. Diciamo che di computer in giro, tanto io quanto i miei compagni di scuola, non ne vedevamo.
Io avevo sempre coltivato l’hobby dell’elettronica, fin dalla più tenera età, complice un “lungimirante” zio ingegnere che spesso mi regalava
qualche componente elettronico, spiegandomi il principio e l’utilizzo.

Cominciai a leggere diverse riviste di elettronica e appresi i primi rudimenti della logica e dell’esistenza dei computer per uso personale.
Non ne avevo uno, erano ancora molto costosi, ma già a
12-13 anni, mi ero costruito con dei led, transistor e delle logiche SN74 un
piccolo addizionatore a 4 bit (full-adder).

Ne ero orgoglioso ma cominciava a non bastare per la mia voglia
di conoscere
Così iniziai a “stressare” mio padre, parlandogli delle spettacolari
capacità di elaborazione e della necessità di averne anche noi uno in
casa. Mio padre rimandava, ma al termine del secondo
anno di liceo, a fronte degli ottimi risultati scolastici,
decise di esaudire il mio desiderio.
Scelsi il Sinclair ZX Spectrum nella versione più economica
da 16Kb. I motivi furono tanti, diciamo che quel computer rappresentava il
miglior compromesso tra costi e benefici! Lo ordinai nel
negozio GBC dove acquistavo i componenti elettronici, che era l’unico il quale
alla mia richiesta di un computer non mi prendesse per matto.

Era il mese di luglio, e complice quello successivo di agosto che all’epoca
rappresentava un mese morto per ordini e spedizioni, arrivò quasi a fine settembre, proprio in prossimità dell’inizio delle lezioni del
terzo liceo (allora la scuola iniziava ai primi di ottobre).
Durante l’anno scolastico dividevo il mio pomeriggio tra
lo studio scolastico e lo studio dei rudimenti dell’informatica: scrivevo
programmi Basic e cominciavo a creare piccole routine in linguaggio macchina
per velocizzare le operazioni più gravose.

Non sono stato
mai un grande appassionato
di giochi, pochi mi
hanno veramente catturato
e quasi sempre quelli che
avevano caratteristiche particolari
a livello di
programmazione ed effetti.
Con i miei amici di classe
purtroppo non c’erano grandi
discorsi in merito. Molti
ignoravano cosa fossero gli
home computer, altri pur conoscendone
l’esistenza (perchè
magari usati dai
genitori sul luogo di lavoro)
li ritenevano ancora troppo
lontani da un uso nella vita
di tutti i giorni.
Però io continuavo a parlarne
con tutti, anche con i
professori, e sono sicuro che
nonostante mi ascoltassero
non tutti comprendessero
appieno i miei discorsi. Il
professore di matematica
sembrava il più interessato
e
qualche volta mi faceva delle
domande ovvie, ma se non
altro in tema! Questo professore,
durante l’anno
usava creare gruppi di 2-3
persone a cui assegnava un
lavoro di Fisica da sviluppare
e presentare alla classe.
I membri avevano ampia libertà
sulle modalità di presentazione
dell’argomento e
potevano avvalersi di
disegni sulla lavagna, cartelloni,
modellini. Alla fine della
presentazione la classe e il
professore valutavano
la qualità del lavoro svolto e
veniva assegnato un voto.
La fine dell’anno si avvicinava
ed io non ancora ero stato
inserito in nessun gruppo,
tantomeno mi era stato
assegnato un argomento da
relazionare. Quando venne
finalmente il mio turno, ero
rimasto da solo e di
conseguenza il compito lo
avrei svolto in totale autonomia.
Il professore me lo
assegnò più o meno con
queste parole: “Sappiamo,
perchè ce lo ricordi continuamente,
che hai comperato
un computer e poichè nè
io,
nè i tuoi compagni ne sappiamo
molto sull’argomento,
ti chiediamo di relazionarci
su come è fatto e come
funziona!”
Ero raggiante! Non mi sembrava vero che mi venisse
assegnato un compito così interessante!
Avevo tempo una settimana per prepararmi e il pomeriggio
stesso cominciai a pensare
a come impostare il
lavoro. Mi resi, però, subito
conto, che spiegare concetti
quali CPU, RAM, ROM e così
via, a persone che
non avevano nemmeno le
più elementari basi non dico
di elettronica ma proprio di
elettricità, non era affatto
banale. Volevo realizzare alcuni
schemi su dei cartelloni
colorati e avrei utilizzato una
bacchetta per indicarli
durante il discorso. Però era
più o meno quello che avevano
fatto e sempre facevano i
miei compagni.
Dovevo stupirli. Ebbi allora
un intuizione: chi meglio del
computer poteva presentare
se stesso?
A distanza di anni scoprii che
era quello che anche Steve
Jobs più o meno nello stesso
periodo (Gennaio
1984) aveva pensato per la
presentazione del suo Macintosh.
Cominciai a buttare giù una
scaletta degli argomenti che
volevo trattare: come era fatto
un computer, la
nomenclatura delle sue componenti,
perchè i computer
usano una logica binaria e
non decimale, come si
programmano, cosa si può
fare con un computer…
Scrissi il testo della relazione
usando la macchina da scrivere,
non avevo una stampante,
che allora costava
anche più di un computer
stesso.
Lo Spectrum aveva dei facili
comandi basic per la gestione
della grafica, così li utilizzai
per disegnare sul
video un grafico dello schema
tipico di un computer. Il programma
veniva eseguito abbastanza
velocemente
ed era simpatico vedere pian
piano crearsi il disegno: era
molto scenografico. Volevo
però mostrare anche
altre capacità grafiche e mostrare
delle bitmap di qualità
quasi fotografica (sic). Pensai
di realizzare una
schermata con una effige di
una rockstar molto famosa
all’epoca, Madonna. Ovviamente
non avevo uno
scanner e per realizzare questa
schermata, avevo, quindi,
sovrapposto un foglio di carta
millimetrata alla
fotografia, presa da un giornale,
curando che avesse le
giuste dimensioni e proporzioni.
Con infinita pazienza
annerivo i piccoli quadratini sul foglio millimetrato ogni
qualvolta corrispondessero
ad un’area scura della
foto. Pian piano cominciò ad
apparire il viso della cantante.
Adesso avevo una riproduzione
di una foto, in un sistema
di assi cartesiani di
cui conoscevo, per ogni
singolo punto, i valori x,y. Li
usai per “plottare” i punti
sullo schermo. Il lavoro era
lento e bisognava
ricordarsi di non premere
due volte il tasto ENTER, per
evitare di cancellare il disegno.

Ero costretto a lavorare in questo modo, e
non scrivendo un programma
con le singole istruzioni,
a causa dell’esigua
memoria disponibile sulla
versione non espansa della
macchina (16K). Ottenuta
poi la schermata, la salvavo
come SCREEN$, una delle
notevoli funzionalità dello
Spectrum Basic, e scrissi
quindi un programmino in
linguaggio macchina, che
caricava la schermata in memoria
senza visualizzarla e
che successivamente, alla
pressione di un tasto la trasferiva,
nell’area di memoria
del display file, facendola
apparire in pochi secondi.
Avevo a disposizione infatti,
come supporto di memorizzazione,
il nastro magnetico
di una cassetta.
Recuperare le informazioni
da un nastro era un’operazione
abbastanza lenta, per
cui pensai di sfruttare quelle
pause tecniche per introdurre,
a voce, gli argomenti
successivi, lasciando sullo
schermo solo delle scritte
con
caratteri piuttosto grandi
ed effetti di lampeggio degli
stessi (che funzionavano anche
durante il
caricamento). In questo
modo si aveva la sensazione
che il computer continuasse
a lavorare mentre invece
era completamente impegnato
a caricare il pezzo successivo.
Ed io, voce narrante,
avrei riempito quei minuti
con qualche informazione.
Quando ebbi terminato tutti
i programmi necessari alla
dimostrazione, (c’era anche
uno che suonava San
Martino mentre visualizzava
graficamente su di un
pentagramma le note man
mano che le suonava), li
registrai nella giusta sequenza
su di un nuovo nastro
che poi duplicai, per sicurezza,
in doppia copia.
Arrivò il grande giorno: avevo preparato un borsone con
il computer, il registratore e i cavetti vari, la traccia
battuta a macchina e le due cassette con tutti i programmi
in sequenza. In un altro borsone, avevo sistemato il mio “monitor” che altro non era che un TV 12” in bianco e nero a valvole.

Non era il
massimo, per una
platea di 25-30 persone, ma
quello avevo e quello potevo
portare. Il trasporto di tutta
questa mole fino a
scuola era a dir poco complicato,
tanto più che per recarmici
usavo i mezzi pubblici,
ma fortunatamente
alcuni compagni che facevano
lo stesso percorso mi aiutarono
a portare il materiale.
Quando arrivai, il
professore aveva a disposizione
le sue intere due ore di
lezione. Mi chiese di quanto
tempo avessi bisogno.
Avendo cronometrato una
delle tante prove fatte a casa,
sapevo di poter riempire circa
60-70 minuti di tempo
e dissi che un ora sarebbe
stata più che sufficiente.
In realtà, la presentazione,
per via delle continue domande
che mi venivano poste,
durò più di due ore. Sforò
anche la pausa della ricreazione,
ma nessuno dei miei
compagni se ne lamentò, perché
erano tutti attentissimi
e interessatissimi, e forse per
la semplice ragione che, finalmente,
avevano la possibilità
di vedere un
computer vero, dal vivo, in
funzione e nella loro classe, e
soprattutto con qualcuno che
cominciasse a
spiegare loro quegli strani
termini inglesi che lo governavano.
Terminata la prova ero praticamente
distrutto. Avevo
parlato per più di due ore
ininterrottamente, ma
all’unanimità il mio lavoro
fu votato come il migliore
dell’anno e prese il voto massimo.
Ero contentissimo,
la prima soddisfazione pubblica
grazie ad un computer.
Ne sarebbero in futuro seguite
altre, ma quella
significava tanto, perchè
sanciva che i computer non
erano “giocattoli”. Pensavo
di aver finito, ma non era
così. Mentre ricevevo i complimenti
dei compagni e rispondevo
ad alcune ulteriori
domande, il professore si
era assentato ed era andato
a parlare con i suoi colleghi.
Quando tornò, con un largo
sorriso, mi disse di non
riporre tutto, perchè avrei
ripetuto la prova a beneficio
di tutti gli alunni della sezione
distaccata che
frequentavo!
La nostra era una singola
sezione, cinque classi, dal
primo al quinto, stipate in
un appartamento. Si scelse il
largo corridoio che univa le
varie stanze (classi) come
“aula magna”, venne portata
una cattedra e ogni
alunno si portò la propria
sedia del banco. Mi trovai di
fronte ad almeno un centinaio
di persone (compresi
tutti i professori presenti
quel giorno) che in religioso
silenzio attendevano che
iniziassi la mia presentazione.
Il minuscolo monitor da 12”
era rovente, per non parlare
dello Spectrum che notoriamente
scaldava come un
fornetto. Pregai che non mi
abbandonasse proprio allora,
riavvolsi il nastro nel registratore
e digitai LOAD “”
ed ENTER sullo Spectrum.
Premetti il tasto PLAY del registratore.
Dall’altoparlante
si udì un fischio e sul
monitor apparvero delle righe
traballanti. La presentazione
aveva (nuovamente)
inizio!
Anche quello fu un successo,
addirittura durante la presentazione,
il Preside dell’istituto
era giunto dalla sede
centrale seguì attentamente
lo svolgimento della relazione
restandone favorevolmente
colpito al punto di
chiedermi un’ulteriore replica
la settimana successiva.
In quell’occasione “conquistai”
l’aula magna della
sede centrale e mi fu messo
a disposizione addirittura
un 24” a colori per replicare
davanti a tutto l’istituto la
mia prima presentazione!

La mia idea di “RC”

Alcune mie considerazioni sul “numero celebrativo” di Settembre 2021

Prima di tutto … deve essere un numero che riprenda in qualche modo il discorso interrotto 20 anni fa: se vogliamo anche spiegare (in linea molto rarefatta) perchè una rivista può chiudere da un momento all’altro … aagari si può spiegare anche perchè molte riviste hanno avuto medesima sorte (Bit qualche anno prima) e altre si sono “imputtanite” (scusate il francesismo) facendo cut&paste di interi siti web (con la necessaria deriva verso repository interi su CD-Rom allegati alla carta).

A discorso riallacciato ci starebbe bene una identificazione di quale era il lettore di quella rivista, in che periodo viveva, quale era l’humus che lo circondava (già solo il fatto che non esisteva un Oracoogle a cui chiedere tutto, ma solo saper cercare su carta, scrivere lettere, confrontarsi con bibliotecari ignoranti, vivere in un piccolo centro…).

Potrebbe essere interessante prendere le news dei vari anni in cui si annunciavano nuove tecnologie (hardware e software) e vedere poi che fine hanno realmente fatto. Forse aiuterebbe anche i lettori moderni a capire che molta gente ha creduto (e investito) in certi “orientamenti” per poi dover correggere il tiro. Forse è per questo che quella generazione è abituata a riconvertirsi (ed io ne sono un umile esempio).

Tra le tante cose fallite, darei uno sguardo all’Italia di quegli anni in rapporto a quanto (indietro) si trovi adesso. Non vorrei buttarlo su un discorso politico, ma far capire anche ai giovani lettori (o ai vecchi che non hanno capito) che se non si pianifica e non si impara a vedere obiettivi lunghi, ma soprattutto non si tiene fede agli stessi, non si arriva da nessuna parte.
Parliamo dell’industria informatica nazionale che da produttore è diventata importatore, dell’indotto elettronico che demotivato è sparito dal territorio, della nostra industria software che non crea ma subisce supinamente ciò che avviene altrove (ed ultimamente viene sostituita con delocalizzazioni in India o chissà dove).

Con queste premesse creiamo il terreno per calare la realtà che c’era e che è diventata, e possiamo cominciare a parlare anche del perchè “riscoprire” la tecnologia di allora ha un valore.
Parliamo del retrocomputing, della sua valenza didattica, dei gruppi, del collezionista come storico/archeologo di un epoca.

Qui possiamo inserire “le prove che non avete fatto” di macchine come pietre miliari dell’evoluzione dell’informatica personale. Non le avete fatte perchè la rivista allora non c’era (l’Altair, l’Imsai, il Pet, il Kenbak…). Il software che non avete provato (mi viene in mente il VisiCalc: il padre di tutti i fogli di calcolo).

Poi ci metterei, come dicevo, anche delle interviste impossibili, quelle fatte a personaggi storici, ma non contemporanei alla pubblicazione. Io ho due nomi (sui quali mi sto concentrando): Alan Turing e Doug Engelbart. Il primo rappresenta il padre della informatica moderna, il secondo il fautore della interazione moderna dell’uomo con la macchina (ho in riserva anche Alan Kay).
Anche John Draper aka Cap. Crunch.
Non mi concentrerei troppo sui vari Gates, Jobs, Zuckenberg & C., fin troppo noti e straparlati.

Pensieri vari non ancora sviluppati ed articolati…
– Un bel raffronto tra i costi hardware/software dell’epoca e quelli di adesso, anche nell’ottica di quanto “sarebbe” facile accedere, oggi, al mondo dell’informatica, rispetto ad allora.
– Perchè nascono gli hacker (un po’ prima veramente): etica e fini.
– Perchè nascono i pirati. La pirateria software ha veramente danneggiato il sistema?
– Perchè prima bastava un pc e un basic per fare qualcosa e adesso devo tirar giù giga di roba per mettere su un sistema di sviluppo. Può essere un ostacolo allo sviluppo sw?
– Le conoscenze informatiche dell’ “uomo della strada” di oggi sono migliorate o meno rispetto ad allora? (Siamo acnora degli ignoranti -> statistica dell’informatizzazione europea)
– L’Europa unita (che all’epoca era solo commerciale) cosa ha cambiato? L’Europa è all’avanguardia, informaticamente parlando?

Claudio di cesare

Stampare, per esempio

(Editoriale – Luglio/agosto 1998)

Lo “strillo” principale della copertina di questo numero è legato ad un argomento che, di certo, coinvolge un numero molto ampio di utenti e, soprattutto, che può essere preso come un buon indice dell’evoluzione delle prestazioni dei prodotti informatici e della vitalità del mercato.

Copertina MCMicrocomputer Luglio/Agosto 1998

Basta andare di poco indietro nel tempo per uscire totalmente dalla realtà attuale: diciamo cinque anni fa, di stampare a colori se ne cominciava appena a parlare. Le stampanti dell’epoca ci meravigliavano ma, a ben vedere, non ci consegnavano stampe di particolare qualità, almeno per quanto riguarda le immagini; costavano cifre che consideravamo basse ma in assoluto molto più elevate dei modelli odierni, che offrono caratteristiche ben superiori. Per che cosa usavamo i computer, cinque anni fa? Per molte applicazioni, di certo, ma quanti di noi ne facevano un significativo impiego nel campo della gestione e del trattamento delle immagini, a livello amatoriale o professionale? Vi rispondo io: pochi. Perché all’epoca (strano dire “all’epoca” riferendoci solo a cinque anni fa…) le prestazioni dei computer non invogliavano a questo tipo di impiego. Facevano, sì, venire l’acquolina in bocca perché se ne cominciava ad intravedere la possibilità, ma si era poi costretti a fermarsi di fronte a problemi pratici tutt’altro che trascurabili: bisognava avere un “buon” processore (eravamo se non erro al passaggio fra 386 e 486), espandere molto la memoria, acquisire le immagini non era semplice e soprattutto non era economico, stampare gli elaborati aveva limiti significativi (si era sensibilmente al di sotto della qualità fotografica), archiviare le immagini era oneroso (non disponevamo di unità capaci ed economiche, né erano così accessibili i CD-writer).

Ora, un computer “normale” ha un processore super (perché oggi esistono solo quelli), ha una quantità enorme di RAM (se no Windows e i programmi non girano come si deve), ha un disco rigido di dimensioni gigantesche (perché quelli di dimensioni umane non si trovano e costano praticamente come gli altri), probabilmente ha un drive rimovibile da 100 megabyte (perché tanto costa poco, e poi che ci fai con un mega e quattro), non di rado uno scrittore di CD (perché ormai costano poco sia l’unità sia i supporti, tanto vale usare i CD per archiviazione e back-up); infine, lo scanner è un completamento che molti ritengono utile (costa poco e, non si sa mai, può servire…).

A questo punto, lavorare (o giocare) con le immagini non è più una possibilità riservata ai possessori di sistemi particolarmente evoluti e costosi, ma è alla portata dell’utente medio, addirittura del principiante che acquista il suo primo computer, specie se lo fa per giocare: paradossale, ma vero. E trattare le immagini (e soprattutto le proprie immagini) sul proprio computer è interessante, utile, stimolante. E’ certamente una delle migliori ragioni per avere un computer in casa.

Ah già, non ho messo la stampante nell’elenco… a cosa serve un computer senza stampante e, soprattutto, a chi? Davvero a pochi. E le stampanti… lo hanno capito benissimo: così, si offrono come accattivanti e promettenti. Prestazioni da favola, prezzi risibili (a patto, ma è il rovescio della medaglia, di non tener conto del costo delle cartucce di inchiostro). Fra cinque anni avremo stampanti migliori: quanto migliori, non lo sappiamo. Ecco perché il mercato è così euforico, così in continuo mutamento (ed evoluzione, naturalmente). Non ci si può lasciar prendere dalla voglia di aspettare il prossimo modello, non ha senso se non si vuole aspettare in eterno: tanto, dopo ogni modello ne esce un altro, e sarà migliore e costerà di meno (forse in assoluto, di sicuro in rapporto alle prestazioni).

Ma sappiamo benissimo che acquistare in queste condizioni è difficile: cioè, in realtà sarebbe facile, perché di “belle stampanti” ce ne sono tante, e le loro prestazioni sono in linea di massima confrontabili come i loro prezzi. Ma si sa che in questi casi si cerca di scegliere non solo o non tanto il meglio in assoluto, ma il meglio in relazione ai propri gusti e alle proprie esigenze. E per fare questo bisognerebbe provarne tante e poi decidere. Lo abbiamo fatto per voi e… ciascuno di noi ha individuato la stampante meglio rispondente ai propri desideri: vi auguriamo di fare altrettanto.

1 Luglio 1998
Marco Marinacci