Oggigiorno, in ambito lavorativo e nelle più disparate discipline, è ormai prassi consolidata trattare pubblicamente temi e argomenti, siano essi le fasi di un progetto da intraprendere, i dettagli di una operazione finanziaria, le
caratteristiche di un prodotto, attraverso presentazioni realizzate con l’uso di programmi quali Powerpoint, Keynote o Impress … ma quarant’anni fa, questi
programmi non esistevano ancora e per presentare qualcosa ad una platea, si
usavano altri metodi: si scrivevano i testi a macchina, si preparavano cartelloni, in taluni casi si ricorreva ad una lavagna luminosa.
In quegli anni ero uno studente liceale nella città di Chieti: Il mio istituto aveva
due sedi, la principale ubicata sul colle dove sorgeva l’antica “Teate” e
una succursale nella zona di pianura, in espansione industriale, che prende il
nome di “Scalo” in virtù della presenza di una stazione ferroviaria.
Inutile dire che mentre la sede centrale era una vero edificio scolastico, attrezzato con palestra e qualche laboratorio (anche se nessuno li utilizzava),
quella secondaria era “arrangiata” in un appartamento, senza palestra (alla cui mancanza si sopperiva con il vicino parco giochi) e non di meno, senza laboratori.
Un’immagine abbastanza usuale nella scuola dei primi anni ottanta.
Siamo infatti tra il 1982 e il 1983: cominciano ad affacciarsi sul mercato i primi
home computer, preludio della rivoluzione di cui oggi viviamo gli effetti. Ma, in quegli anni, non esistendo nè negozi specifici, nè grossi centri commerciali, non era facile trovare dove poterli acquistare, soprattutto in un piccolo paese come quello in cui vivevo. Diciamo che di computer in giro, tanto io quanto i miei compagni di scuola, non ne vedevamo.
Io avevo sempre coltivato l’hobby dell’elettronica, fin dalla più tenera età, complice un “lungimirante” zio ingegnere che spesso mi regalava
qualche componente elettronico, spiegandomi il principio e l’utilizzo.
Cominciai a leggere diverse riviste di elettronica e appresi i primi rudimenti della logica e dell’esistenza dei computer per uso personale.
Non ne avevo uno, erano ancora molto costosi, ma già a
12-13 anni, mi ero costruito con dei led, transistor e delle logiche SN74 un
piccolo addizionatore a 4 bit (full-adder).
Ne ero orgoglioso ma cominciava a non bastare per la mia voglia
di conoscere
Così iniziai a “stressare” mio padre, parlandogli delle spettacolari
capacità di elaborazione e della necessità di averne anche noi uno in
casa. Mio padre rimandava, ma al termine del secondo
anno di liceo, a fronte degli ottimi risultati scolastici,
decise di esaudire il mio desiderio.
Scelsi il Sinclair ZX Spectrum nella versione più economica
da 16Kb. I motivi furono tanti, diciamo che quel computer rappresentava il
miglior compromesso tra costi e benefici! Lo ordinai nel
negozio GBC dove acquistavo i componenti elettronici, che era l’unico il quale
alla mia richiesta di un computer non mi prendesse per matto.
Era il mese di luglio, e complice quello successivo di agosto che all’epoca
rappresentava un mese morto per ordini e spedizioni, arrivò quasi a fine settembre, proprio in prossimità dell’inizio delle lezioni del
terzo liceo (allora la scuola iniziava ai primi di ottobre).
Durante l’anno scolastico dividevo il mio pomeriggio tra
lo studio scolastico e lo studio dei rudimenti dell’informatica: scrivevo
programmi Basic e cominciavo a creare piccole routine in linguaggio macchina
per velocizzare le operazioni più gravose.
Non sono stato
mai un grande appassionato
di giochi, pochi mi
hanno veramente catturato
e quasi sempre quelli che
avevano caratteristiche particolari
a livello di
programmazione ed effetti.
Con i miei amici di classe
purtroppo non c’erano grandi
discorsi in merito. Molti
ignoravano cosa fossero gli
home computer, altri pur conoscendone
l’esistenza (perchè
magari usati dai
genitori sul luogo di lavoro)
li ritenevano ancora troppo
lontani da un uso nella vita
di tutti i giorni.
Però io continuavo a parlarne
con tutti, anche con i
professori, e sono sicuro che
nonostante mi ascoltassero
non tutti comprendessero
appieno i miei discorsi. Il
professore di matematica
sembrava il più interessato
e
qualche volta mi faceva delle
domande ovvie, ma se non
altro in tema! Questo professore,
durante l’anno
usava creare gruppi di 2-3
persone a cui assegnava un
lavoro di Fisica da sviluppare
e presentare alla classe.
I membri avevano ampia libertà
sulle modalità di presentazione
dell’argomento e
potevano avvalersi di
disegni sulla lavagna, cartelloni,
modellini. Alla fine della
presentazione la classe e il
professore valutavano
la qualità del lavoro svolto e
veniva assegnato un voto.
La fine dell’anno si avvicinava
ed io non ancora ero stato
inserito in nessun gruppo,
tantomeno mi era stato
assegnato un argomento da
relazionare. Quando venne
finalmente il mio turno, ero
rimasto da solo e di
conseguenza il compito lo
avrei svolto in totale autonomia.
Il professore me lo
assegnò più o meno con
queste parole: “Sappiamo,
perchè ce lo ricordi continuamente,
che hai comperato
un computer e poichè nè
io,
nè i tuoi compagni ne sappiamo
molto sull’argomento,
ti chiediamo di relazionarci
su come è fatto e come
funziona!”
Ero raggiante! Non mi sembrava vero che mi venisse
assegnato un compito così interessante!
Avevo tempo una settimana per prepararmi e il pomeriggio
stesso cominciai a pensare
a come impostare il
lavoro. Mi resi, però, subito
conto, che spiegare concetti
quali CPU, RAM, ROM e così
via, a persone che
non avevano nemmeno le
più elementari basi non dico
di elettronica ma proprio di
elettricità, non era affatto
banale. Volevo realizzare alcuni
schemi su dei cartelloni
colorati e avrei utilizzato una
bacchetta per indicarli
durante il discorso. Però era
più o meno quello che avevano
fatto e sempre facevano i
miei compagni.
Dovevo stupirli. Ebbi allora
un intuizione: chi meglio del
computer poteva presentare
se stesso?
A distanza di anni scoprii che
era quello che anche Steve
Jobs più o meno nello stesso
periodo (Gennaio
1984) aveva pensato per la
presentazione del suo Macintosh.
Cominciai a buttare giù una
scaletta degli argomenti che
volevo trattare: come era fatto
un computer, la
nomenclatura delle sue componenti,
perchè i computer
usano una logica binaria e
non decimale, come si
programmano, cosa si può
fare con un computer…
Scrissi il testo della relazione
usando la macchina da scrivere,
non avevo una stampante,
che allora costava
anche più di un computer
stesso.
Lo Spectrum aveva dei facili
comandi basic per la gestione
della grafica, così li utilizzai
per disegnare sul
video un grafico dello schema
tipico di un computer. Il programma
veniva eseguito abbastanza
velocemente
ed era simpatico vedere pian
piano crearsi il disegno: era
molto scenografico. Volevo
però mostrare anche
altre capacità grafiche e mostrare
delle bitmap di qualità
quasi fotografica (sic). Pensai
di realizzare una
schermata con una effige di
una rockstar molto famosa
all’epoca, Madonna. Ovviamente
non avevo uno
scanner e per realizzare questa
schermata, avevo, quindi,
sovrapposto un foglio di carta
millimetrata alla
fotografia, presa da un giornale,
curando che avesse le
giuste dimensioni e proporzioni.
Con infinita pazienza
annerivo i piccoli quadratini sul foglio millimetrato ogni
qualvolta corrispondessero
ad un’area scura della
foto. Pian piano cominciò ad
apparire il viso della cantante.
Adesso avevo una riproduzione
di una foto, in un sistema
di assi cartesiani di
cui conoscevo, per ogni
singolo punto, i valori x,y. Li
usai per “plottare” i punti
sullo schermo. Il lavoro era
lento e bisognava
ricordarsi di non premere
due volte il tasto ENTER, per
evitare di cancellare il disegno.
Ero costretto a lavorare in questo modo, e
non scrivendo un programma
con le singole istruzioni,
a causa dell’esigua
memoria disponibile sulla
versione non espansa della
macchina (16K). Ottenuta
poi la schermata, la salvavo
come SCREEN$, una delle
notevoli funzionalità dello
Spectrum Basic, e scrissi
quindi un programmino in
linguaggio macchina, che
caricava la schermata in memoria
senza visualizzarla e
che successivamente, alla
pressione di un tasto la trasferiva,
nell’area di memoria
del display file, facendola
apparire in pochi secondi.
Avevo a disposizione infatti,
come supporto di memorizzazione,
il nastro magnetico
di una cassetta.
Recuperare le informazioni
da un nastro era un’operazione
abbastanza lenta, per
cui pensai di sfruttare quelle
pause tecniche per introdurre,
a voce, gli argomenti
successivi, lasciando sullo
schermo solo delle scritte
con
caratteri piuttosto grandi
ed effetti di lampeggio degli
stessi (che funzionavano anche
durante il
caricamento). In questo
modo si aveva la sensazione
che il computer continuasse
a lavorare mentre invece
era completamente impegnato
a caricare il pezzo successivo.
Ed io, voce narrante,
avrei riempito quei minuti
con qualche informazione.
Quando ebbi terminato tutti
i programmi necessari alla
dimostrazione, (c’era anche
uno che suonava San
Martino mentre visualizzava
graficamente su di un
pentagramma le note man
mano che le suonava), li
registrai nella giusta sequenza
su di un nuovo nastro
che poi duplicai, per sicurezza,
in doppia copia.
Arrivò il grande giorno: avevo preparato un borsone con
il computer, il registratore e i cavetti vari, la traccia
battuta a macchina e le due cassette con tutti i programmi
in sequenza. In un altro borsone, avevo sistemato il mio “monitor” che altro non era che un TV 12” in bianco e nero a valvole.
Non era il
massimo, per una
platea di 25-30 persone, ma
quello avevo e quello potevo
portare. Il trasporto di tutta
questa mole fino a
scuola era a dir poco complicato,
tanto più che per recarmici
usavo i mezzi pubblici,
ma fortunatamente
alcuni compagni che facevano
lo stesso percorso mi aiutarono
a portare il materiale.
Quando arrivai, il
professore aveva a disposizione
le sue intere due ore di
lezione. Mi chiese di quanto
tempo avessi bisogno.
Avendo cronometrato una
delle tante prove fatte a casa,
sapevo di poter riempire circa
60-70 minuti di tempo
e dissi che un ora sarebbe
stata più che sufficiente.
In realtà, la presentazione,
per via delle continue domande
che mi venivano poste,
durò più di due ore. Sforò
anche la pausa della ricreazione,
ma nessuno dei miei
compagni se ne lamentò, perché
erano tutti attentissimi
e interessatissimi, e forse per
la semplice ragione che, finalmente,
avevano la possibilità
di vedere un
computer vero, dal vivo, in
funzione e nella loro classe, e
soprattutto con qualcuno che
cominciasse a
spiegare loro quegli strani
termini inglesi che lo governavano.
Terminata la prova ero praticamente
distrutto. Avevo
parlato per più di due ore
ininterrottamente, ma
all’unanimità il mio lavoro
fu votato come il migliore
dell’anno e prese il voto massimo.
Ero contentissimo,
la prima soddisfazione pubblica
grazie ad un computer.
Ne sarebbero in futuro seguite
altre, ma quella
significava tanto, perchè
sanciva che i computer non
erano “giocattoli”. Pensavo
di aver finito, ma non era
così. Mentre ricevevo i complimenti
dei compagni e rispondevo
ad alcune ulteriori
domande, il professore si
era assentato ed era andato
a parlare con i suoi colleghi.
Quando tornò, con un largo
sorriso, mi disse di non
riporre tutto, perchè avrei
ripetuto la prova a beneficio
di tutti gli alunni della sezione
distaccata che
frequentavo!
La nostra era una singola
sezione, cinque classi, dal
primo al quinto, stipate in
un appartamento. Si scelse il
largo corridoio che univa le
varie stanze (classi) come
“aula magna”, venne portata
una cattedra e ogni
alunno si portò la propria
sedia del banco. Mi trovai di
fronte ad almeno un centinaio
di persone (compresi
tutti i professori presenti
quel giorno) che in religioso
silenzio attendevano che
iniziassi la mia presentazione.
Il minuscolo monitor da 12”
era rovente, per non parlare
dello Spectrum che notoriamente
scaldava come un
fornetto. Pregai che non mi
abbandonasse proprio allora,
riavvolsi il nastro nel registratore
e digitai LOAD “”
ed ENTER sullo Spectrum.
Premetti il tasto PLAY del registratore.
Dall’altoparlante
si udì un fischio e sul
monitor apparvero delle righe
traballanti. La presentazione
aveva (nuovamente)
inizio!
Anche quello fu un successo,
addirittura durante la presentazione,
il Preside dell’istituto
era giunto dalla sede
centrale seguì attentamente
lo svolgimento della relazione
restandone favorevolmente
colpito al punto di
chiedermi un’ulteriore replica
la settimana successiva.
In quell’occasione “conquistai”
l’aula magna della
sede centrale e mi fu messo
a disposizione addirittura
un 24” a colori per replicare
davanti a tutto l’istituto la
mia prima presentazione!







