Industrial “Micro” PC

Da qualche tempo meditavo di introdurre ai miei contatti “sistemistici” il mondo “industrial PC”, che di fatto “frequento” almeno dal 2009, e che ho avuto modo di introdurre “concretamente” in Edison … l’occasione mi è stata fornita da Contradata, che ha deciso di mettermi a disposizione un PC industriale di dimensioni veramente ridotte di IEI, oltre a un disco SSD decisamente peculiare di InnoDisk, prodotti che ho poi avuto modo di gestire attraverso un prodotto altrettanto interessante di InnoDisk, vale a dire il piccolissimo “InnoAgent”‘

1. ITG-100-AL

In questo caso siamo davanti ad un comunissimo PC, ma completamente senza ventole, e di dimensioni ridottissime: 137 x 102.8 x 56.2 mm.

E’ costruito intorno ad un soc Intel atom x5-E3930: stiamo quindi parlando di un prodotto lanciato a fine 2016, che supporta un massimo di 8GB di ram LPDDR3 … con questo articolo vorrei dare evidenza di quanto possa aver senso nel 2022 considerare una macchina con tali specifiche, paragonandola al comune notebook che uso per scrivere questo articolo.

IEI ITG-100-AL

Nella sua configurazione “di fornitura”, è equipaggiato con 2GB di ram LPDDR3 non ECC (anche se la memoria ECC è supportata) e un disco mSATA su bus PCIe da 64GB: essendo un prodotto concepito per uso “industrial”, quindi con sistemi operativi compatti tipo Windows “IoT” piuttosto che distribuzioni Linux con footprint “ridotto”, si tratta di una dotazione più che sufficiente.

Siccome il mio obiettivo però è di dare un idea a chi non ha “consuetudine” con il mondo industrial, ho effettuato test con sistemi operativi del tutto standard, anche per farmi un idea di cosa si può fare con un simile PC in un comunissimo utilizzo “daily office”.

Sono quindi partito effettuando un benchmark con il PC con cui scrivo l’articolo, un contemporaneo Samsung Book2 PRO con 16GB di ram, utilizzando la nota suite “Passmark Performance Test” nella sua versione 10.2 , ottenendo uno score complessivo di 3789 punti … vediamo come si comporta a confronto il MiniPC nella sua configurazione base.

1.1 Test Win10 Pro x86 + 2GB Ram

2GB di ram sarebbero sufficienti anche per una versione “base” di Windows 10 x64, ma per un uso “ragionevole” e per poter fare un test di utilizzo con software “comune” ho deciso di fare un primo test con la versione a 32bit nella configurazione base.

Il paragone con il mio notebook di ultima generazione “sembra” impietoso per quanto riguarda l’indice “globale” di prestazioni, cosa tuttosommato ragionevole se non altro per una macchina che costa 8 volte tanto.

Da notare comunque la differenza di prestazioni fra un’installazione “standard” di Windows 10 e dopo l’installazione di tutti i driver, operazione che da sola riesce a raddoppiare le prestazioni.

In questa configurazione comunque la macchina finisce per fare il boot in 20 secondi dalla pressione del pulsante di accensione, di cui i primi 10 per la diagnostica … un risultato del tutto dignitoso.

1.1b Test Win10 Pro x86 + 4/8GB Ram

La macchina è dotata di un unico slot LPDDR3, che permette di sostituire il banco da 2GB originale con uno da 4 o da 8, operazione che ho fatto ottenendo un punteggio di benchmark sostanzialmente identico in tutti i casi: ovvio che con 8GB di ram è possibile tranquilamente disabilitare la memora virtuale e utilizzare più applicativi in un utilizzo comune, mentre la configurazione a 2GB si presta più per applicativi verticali di tipo industriale.

1.1.c Test Knoppix 9.1 + 2GB Ram

2GB di ram sono comunque abbondantemente sufficienti per una distribuzione di Linux “live” come Knoppix: ho quindi utilizzato per un paio d’ore la macchina con la recente versione 9.1 che è risultata di una fluidità eccellente, sia nella comune navigazione con Chromium che nell’utilizzo di documenti Word e fogli di calcolo con OpenOffice, senza poter avere contezza che si trattasse di qualcosa di diverso dal mio notebook tradizionale.

Per confronto, anche in questo caso avrei voluto utilizzare la suite Passmark, pur disponibile per Linux, ma in nessun modo sono riuscito a farla girare su questa distribuzione, anche installandola sul disco SSD locale, rimandando il test all’utilizzo con Ubuntu.

1.2 Test Win10 Pro x64 2/4/8GB Ram

Installando invece una copia di Win10 a 64bit, resta evidente l’impatto della memoria ram aggiuntiva: se l’indice complessivo con Win10 a 32bit è pari a 383, con la versione a 32bit sale a 482, che passano a 533 con 4GB di ram e 551 con 8GB di ram.

1.3 Test Win11 Pro x64+ 8GB Ram

4GB di ram sono sufficienti anche per un installazione con Windows 11, anche se questo miniPC manca di un chip TPM

1.4 Test Win11 Pro x64+ 8GB Ram

8GB di ram diventano più che sufficienti per l’esecuzione di Windows 11 64 bit disabilitando la memoria virtuale, operazione praticamente indispensabile su una macchina industriale per consentirne la durabilità, specie in termini di usura dei supporti di memoria a stato solido.

1.4.1 Test con Office365

1.4.1 Test con Autocad 2D

Innodisk 3ME4 / 870EVO / InnoOSR /

1.5 Conclusioni

Comparazione commentata di tutti i benchmark

  • Test con Disco M.2 A-Key aggiuntivo interno
  • Test con Disco SSD Sata aggiuntivo
  • Test con InnoOSR 64GB

Comparazione commentata di tutti i benchmark

  • Utilizzo di un mese come Office PC
  • Utilizzo di un mese come Car PC

2. InnoOSR 2.5” SATA SSD 3TO7

InnoOSR 2.5” SATA SSD | Industrial SSD

Veniamo ora al disco SSD, del quale Innodisk dichiara essere il primo prodotto al mondo con funzionalità di “System Recovery” implementate a livello di firmware, il tutto allo scopo di “tagliare alla radice” ogni problema di compatibilità software.

Esteticamente il prodotto si presenta come un comune SSD, con in più un piccolo header da 4 pin, di cui due dedicati a un led, ed un altro di tipo GPIO; quest’ultimo, in estrema sintesi, può essere cortocircuitato da un qualsiasi pulsante per “iniziare” le procedure di ripristino, oppure pilotato da un’altro device GPIO che faccia la stessa cosa via software, con intervento umano o proceduralmente.

Per connetterlo al pc IEI ho utilizzato l’a’unica porta SATA in dotazione, alimentando il disco con un’alimentatore ATX esterno, non avendo a disposizione per il mio test lo specifico box di espansione IEI ITG-100-AL-E1 ma il risultato è perfettamente equivalente.

Alla prima connessione il disco si presenta a Windows come un SSD da 35.90 GB non partizionato, da poter quindi usare come un disco comune; lanciando invece il tool “InnoOSR_AGE”, una gradevole interfaccia grafica ci informa che il disco ha a disposizione un’area “nascosta” da 20GB, il che rende conto della riduzione di dimensione che appare al sistema operativo.

InnoOSR al primo utilizzo

2.2 Test della funzionalità di ripristino via software

Siccome avevo scelto di fare un’installazione di Windows 10 su una partizione da 21GB, al primo utilizzo sono stato informato da InnoOSR che la partizione nascosta non aveva spazio a sufficienza per poter ricevere un BackUp tale da permettere la funzione di “Standard Recovery”, quindi ho ridotto ulteriormente la dimensione della partizione di sistema allo scopo di poter effettuare il primo Backup.

InnoOSR dopo il ridimensionamento della partizione di sistema

Ridimensionata la partizione di sistema, bisogna selezionarla specificamente: ciò fa intendere come il backup sia inteso non dell’intero disco, ma di una singola partizione: è ovvio che in questi casi, per una resilienza maggiore in termini di disaster recovery, sia opportuno installare windows in un’unica partizione piuttosto che premettergli quella standard per i file di boot e per il recovery. Selezionata la prima partizione a questo punto è possibile procedere ad un primo backup:

InnoOSR pronto per effettuare il primo backup di una partizione

La pressione del tasto “backup” genera la comparsa per un breve istante di una finestra di command line, dopodichè parte la procedura di backup, che in questo caso è durata circa sei minuti; al termine il software ha effettuato uno shutdown della macchina.

Dopo il reboot il tool innoOSR offriva in effetti la possibilità di fare il recovery:

come primo test ho effettuato delle modifiche al sistema ed effettuato il primo recovery, anche in questo caso durato circa sei minuti.

Anche al termine della procedura il software ha causato uno shutdown, dopo il quale il sistema era in effetti tornato nelle condizioni precedenti alle mie modifiche.

A questo punto è intervenuto un “problema”, probabilmente di gioventù dello specifico firmware: la partizione di sistema così “ripristinata” si è rivelata non modificabile …

2.2 Test della funzionalità di ripristino mediante interrupt GPIO

Il cavetto con led e pulsante fornito in dotazione in linea di principio permetterebbe di effettuare il recovery con un input “hardware” umano tenendolo premuto per più di cinque secondi … in realtà la cosa non ha funzionato, immagino sempre per problemi di gioventù del firmware


Supports Hardware GPIO and Software Triggering
Reserved GPIO Pins to Accommodate your System Design

2.3 Conclusioni

In conclusione: un disco InnoOSR da 64GB si presenta al sistema come un disco SATA da 35.90GB … la parte “riservata” del disco NON è visibile da sistema operativo e la sua dimensione NON si può modificare senza l’intervento di innodisk

3. InnoAgent EZ2N-0XL1

Come ultima parte della prova di “materiale industriale”, ho utilizzato un piccolissimo modulo, sempre dello stesso produttore del disco SSD, che è concepito espressamente per il management “out of band” di soluzioni industriali. Si tratta di una piccola daughterboard

EZ2N-0XL1

L’evoluzione dei modem, dai 300bps ai 300Mbps in 40 anni

Era da un pò che avevo in mente di scrivere un’articolo su questo tema … inizialmente l’idea era di produrlo in occasione del VCF 2020, manifestazione ovviamente “saltata” per Covid19 … ma poi dopo aver sostenuto l’esame di “Teoria dei Segnali” presso l’università Politecnica delle Marche ho acquisito migliori basi teoriche per poter scrivere del tema in modo più competente, e forse è andata meglio così … questa “revisione” 2021 è sicuramente più “consapevole”.

Il mio primo “login” su un sistema telematico l’ho effettuato nell’estate 1989, grazie ad un modem a 1200bps proprio su MC-Link, servizio a cui mi abbonai poi come MC5510 … considerando che al 2020 ancora un certo numero di utenti fruisce di servizi telematici a mezzo di una “coppia”, o meglio di un “doppino in rame di categoria 3”, ritengo che a molti possa far comodo sapere come sia stato possibile passare dai primi modem a 300bps agli attuali EVDSL che su tale coppia riescono in qualche modo a “farci passare” dati nell’ordine di grandezza dei 300 Mbit, cioè DUE ordini di grandezza in più.

Questo articolo copre quindi la storia di questa evoluzione dai primi 80 anni ad oggi, considerando SOLO il doppino telefonico, quale mezzo più conosciuto da tutti … in realtà esistevano un certo altro numero di tecniche di trasmissione, che prevedevano più di una coppia, l’utilizzo di cavi coassiali a differenti impedenze, piuttosto che comunicazioni senza filo … ecco, io vorrei occuparmi in questa sede solo della prima categoria.

Bell 103A (o V.21)

Esempio di modulazione FSK
(Fonte:Wikipedia)

La maggior parte delle persone che leggerà quest’articolo ha iniziato con un modem a 1200 o 2400 bps … i quali però venivano forniti “compatibili” con quelli a 300 bps: lo standard Bell 103A fu introdotto come tale dalla AT&T addirittura nel 1962! Permeteva una trasmissione full-duplex a 300 bit/s su una normale linea telefonica. Utilizzava un sistema di modulazione FSK (Frequency-shift keying) dove il modem che originava la chiamata trasmetteva sulle frequenze di 1,070 o 1,270 Hz e quello che rispondeva alle frequenze di 2,025 o 2,225 Hz

Il modello originale del modem “Hayes Smartmodem” a 300 baud

Chi ha iniziato a “giocare” con i modem nei primi anni 80, si è sicuramente trovato per le mani già un Hayes Smartmodem o un qualcosa di compatibile : nel 1981 infatti la Hayes insieme al suo “SmartModem”, pur mantenendosi compatibile con lo standard 103A, offriva un linguaggio di comando del modem che poi è diventato standard i tutti i futuri modelli (almeno quelli casalinghi) comprendendo la possibilità di comporre automaticamente il numero di telefono con degli specifici comandi (ATDP:Attention,Dial Pulse; ATDT: Attention, Dial Tone)

Non si trattava di una novità, ma non c’erano sistemi standard, e tipicamente un modem a 300bps prevedeva l’utilizzo di un accoppiatore acustico mediante una comune cornetta telefonica con il doppino telefonico.

Personalmente ho vissuto quegli anni, senza vivere mai personalmente l’esperienza di un accoppiatore acustico, leggendo però un certo numero di recensioni di modem, anche su MC.

V.22: 1200bps

Esempio di modulazione PSK
(Fonte:Wikipedia)

Ho infatti iniziato a connettermi a servizi telematici mediante un modem V22, standard CCITT che alla pari del V21 elevo al rango di “standard mondiale” una delle modalità già disponibili per ottenere un canale a 1200 bps simmetrico su linea telefonica commutata tradizionale: si trattava di una variante dello standard Bell 212A che permetteva la realizzazione di un canale a 600bps o 1200bps utilizzando una modulazione di tipo PSK (Phase Shift Keying).

Sicuramente il mio modem non era USRobotics, cioè uno dei produttori di riferimento di Modem a livello mondiale, del quale utilizzerò le immagini a titolo di esempio, anche perchè sicuramente si tratta della marca più diffusa in italia (se non nel mondo) e sicuramente ancora più conosciuta.

V.22 bis: 2400bps

Fonte: Vintage Computer Forum

Questo standard fu poi esteso per raggiungere il doppio della velocità, ma utilizzando una modulazione di tipo QAM (Quadrature Amplitude Modulation), ed utilizzando il precedente standard V22 nel caso fosse necessario trasmettere dai 1200bps in giù (per compatibilità verso il basso o per condizioni di linea non favorevoli).

Baud o Bps?

A questo punto il mercato degli standard trovò un pò di quiete: il superamento della soglia dei 2400 bps fu infatti oggetto di ricerca e di un certo numero di standard che si proponevano di ottenere una “velocità” superiore, cercando di superare le limitazioni delle modulazioni FSK e PSK utilizzando schemi più complessi quali il PSQK e la QAM, considerando che molti dei principi di quest’ultima sopravvivono ancora nei modem contemporanei.

Vorrei cogliere qui l’occasione per dirimere una diatriba che ha visto per anni lottare schiere di utenti circa l’utilizzo del termine Bps e Baud … c’era chi sosteneva fossero equivalenti, chi diversi … “Baud” aveva un look più comune, Bps più tecnico, ma in realtà erano e sono due concetti del tutto distinti e non sovrapponibili.

L’acronimo “bps” sta infatti per bit-per-second, numero di bit trasmissibili (e non trasmessi) al secondo: è una misura quindi della “portata massima” di un canale di trasmissione digitale … affermare che lo standard V22bis permette un canale simmetrico di 2400bps su una linea tradizionale, significa che mentre si può scaricare un file massimo a 2400bps se ne può inviare un’altro sempre massimo a 2400 bps

Con il termine Baud si intende qualcosa di sottilmente diverso: nel voler onorare la memoria del “Codice Baudot”, con modem a 2400 Baud si intende un apparato che può trasmettere 2400 “simboli” al secondo, per cui un modem a 2400 baud in grado di trasmettere “simboli” da 4 bit, risulta avere una portata trasmissiva massima di 9600 bps: è quanto avviene ancora oggi con le connessioni più rapide su doppino, dove ad una portata massima teorica di 300 Mbps corrisponde un Baud Rate di circa 4000 Baud: vengono quindi trasmessi simboli dell’ordine di grandezza dei 10 Mbit circa 4000 volte al secondo (su 4000 portanti distinte) … come vedete il Baud Rate non è cambiato più di tanto, ma sono modulazioni sempre più sofisticate ad aver permesso l’evoluzione tecnologica che consente oggi a quasi tutte le utenze del territorio nazionale di godere di una connessione a “larga banda”.

V32: 9600 bps simmetrici

Arrivo finalmente uno standard mondiale per un canale a 9.6 Kbit simmetrico, a calmierare un mercato che era stato movimentato principalmente da due player: telebit e US Robotics.

Telebit produceva una linea di modem (Trailblazer) che già a metà degli anni 80 rasentava i 20 Kbit/s ed era comune per il collegamento di sistemi Unix, mentre UsRobotics tentava di stressare i limiti sfruttando il doppino in modo asimmetrico, arrivando anche a rasentare i 25 Kbit/s trasmettendo dati velocemente solo in una delle due direzioni: se era necessario un upload il modem riservava quasi tutta la banda per il canale trasmissivo, commutando poi lo schema di trasmissione in caso di download.

Il marchio USRobotics finì per avere un successo commerciale maggiore, soprattutto grazie ad una politica di marketing aggressiva che concedeva forti sconti ai “SysOp” delle famose BBS, ma anche perché lo sforzo tributato in termini di ricerca e sviluppo dall’azienda, poi acquisita da 3Com, fu sempre tale da porla “un passo avanti” rispetto sia agli standard che alla concorrenza diretta.

V32bis: 14400 bps simmetrici

uno “Stack” di Modem USRobotics, impilato non in ordine di prestazioni, ma di dimensione (fonte:codinghorror.com)

Tanto per fare un esempio, quando arrivò lo standard per i 14400 bps simmetrici, USRobotics aveva già il modello 16.8k “HST”, tecnologia proprietaria che fu spinta a colpi di 2.4 kbps fino a 24 kbps, proprio mentre lo “standard ufficiale” prevedeva un massimo molto inferiore.

In realtà questa tecnologia proprietaria aveva un approccio molto “smart”: piuttosto che cerca di ottenere un canale simmetrico, coscienti del fatto che tipicamente l’utilizzo di un modem da utente finale era concepito per fare in tempi distinti tipicamente prima dei download di file, poi di upload, gli ingegneri USRobotics svilupparono un protocollo “asimmetrico”; praticamente quando il firmware si rendeva conto che l’utente voleva ricevere un file, realizzava una trasmissione asimetrica, ad esempio 16.8 kbit in download e 0.4 kbit in upload … mentre quando l’utente si apprestava a trasmetterlo, la larghezza di banda di upload e download veniva scambiata … per quei “puristi” che amavano tenere il volume del modem alto, ciò corrispondeva ad un chiarissimo “cambio” nel “rumore di modulazione” …

é altrettanto ovvio che questi incrementi di 2.4k alla volta non erano ottenuti cambiando il baud rate, ma il bit rate … cioè concependo una tecnologia in grado di aggiungere un bit alla volta al “simbolo” trasmesso sempre a 2400 baud (ovviamente, 4 bit per i 9.6k, 5 bit per i 12kbps, 6 bit per i 14.4kbps, 7 bit per i 16.8 kbps, e così via fino ai 10 bit dei 24kbps)

V.34: da 28800 a 33600 bps simmetrici

Sempre a “calmierare” tutti gli standard che nel frattempo l’agguerrita concorrenza cercava di realizzare per accaparrarsi parte di una fetta di mercato che era diventata ricchissima (per la connessione ad Internet dell’utente finale) arrivo finalmente anche uno standard per i 28.8 kbps prima, e i 33.6kbps infine: questo tipo di connessioni, come del resto quelle dei primi modem, erano “adattive”, cioè si adattavano dinamicamente all’eventuale variato rapporto segnale/rumore in linea, scendendo dai 33.6kbps ai 31.2, poi ai 28.8, poi così via fino agli eventuali 4.8 a step di 2400 bps: tutto ciò mantenendo costante il baud rate e diminuendo il numero dei bit trasmessi per simbolo … in teoria, una volta rallentata la velocità per un degrado di linea (ad esempio un interferenza) il modem era in grado di ri-negoziare una velocità superiore con la sua controparte ad intervalli regolari.

In tutto ciò US.Robotics produceva dei modem “dual standard”, cioè in grado sia di essere compatibili con gli standard CCITT, che con i propri protocolli proprietari (ovviamente sempre almeno un bit avanti rispetto agli standard).

Fra le altre cose fu nel 1993 il CCITT , cioè l'”International Telegraph and Telephone Consultative Committee” (in francese Comité Consultatif International Téléphonique et Télégraphique, CCITT) creato nel 1956 fu “rinominato” ITU-T (ITU Telecommunication Standardization Sector), quindi lo standard V34, che ci accompagnò per anni e ancora sopravvive fino ad oggi, fu ratificato proprio sotto questa nuova denominazione.

ISDN (e V.90/V.92)

Il limite di quanto permetteva il doppino telefonico era definitivamente raggiunto: non c’era anche teoricamente modo di andare oltre … l’unico modo era di rendere “digitale” tutto il canale fra utente e utente, o fra utente e provider.

Era quindi giunto il momento dello sviluppo di un set di standard di protocolli comunicazione completamente digitale su linea analogica PSTN, che prese il nome di Integrated Services Digital Network: una tecnologia che all’atto pratico permetteva di multiplexare su un comune doppino telefonico in categoria 3 due canali dati da 64kbps (detti canali B) ed un canale dati “di controllo” (Detto canale D).

Nel 2021 questo standard è ancora vivo e vegeto … nonostante ci si stia spostando sempre di più verso uno standard IP only, TIM ancora è in grado di erogare il servizio ISDN, che resta l’unico modo di collegare alla massima velocità un FAX Standard, a parte ovviamente richiedere un servizio tradizionale PSTN, parimenti ancora erogato e richiedibile.

Courier® Lite 56K* Business Modem: Modello ancora in vendita nel 2021

Con riferimento specifico però all’evoluzione dei modem, oltre ad utilizzo full digital (che richiedeva ovviamente che entrambi le parti fossero dotate di una terminazione di rete completamente digitale), lo standard ISDN permetteva però delle amenità particolari: a mezzo di ingegnosi schemi di modulazione, fu possibile realizzare dei modem per linea analogica che, se connessi ad un provider di servizi con connessione digitale, permettevano di “stressare” il canale di ricezione prima (V.90), e anche quello di trasmissione poi (V.92), fino a un massimo teorico di 56kbs in download e 48 kbps in upload.

IDSL

Questo è un acronimo poco conosciuto dai più, ma ne parlo perchè fa un pò da ponte fra il vecchio e il nuovo mondo, cioè fra le connessioni DialUp e quelle broadband stabili: una coppia di modem IDSL era in grado, sfruttando le modulazioni tipiche della ISDN, di realizzare un canale digitale simmetrico da 144kbps (64*2 per i canali B + 16k del canale D) … utilizzai per un paio di anni una coppia di questi modem per collegare due sedi della mia azienda separate da 2km di doppino telecom standard, regolarmente noleggiato come “CdF”, collegamento diretto fonia. Allo stesso modo anni prima avevo utilizzato due modem V34 per collegare due sedi, in questo caso “distanti” ben 7km di doppino, e questa connessione punto-punto ha funzionato benissimo fin quando è servita 🙂

Si trattava comunque una delle prime modulazioni dette xDSL, cioè Digital Subscriber Line.

xDSL

Prodotti | AVM Italia
Un Fritz.Box 7590

A questo punto per poter fare un salto di qualità non era più possibile prescindere da una indispensabile “mossa tecnica”: per accorciare il percorso fra i due modem, era ovviamente indispensabile avvicinare uno dei due modem all’utente finale, cioè installarlo … nelle centrali telefoniche!

L’idea di base dietro a questo tipo di tecnologia è “valida” ancora oggi nel terzo decennio del 2000 e resterà tale almeno fino a fine decennio … prima il modem è stato installato nelle centrali telefoniche (ADSL), poi si è avvicinato fino all’armadio di strada (VDSL – FTTC), ed in alcuni casi fino alla base di un condominio.

Il tutto per permettere “portate” trasmissive teoriche massime rispettivamente di 8Mbps/1Mbps (ADSL), 24Mbps/1Mbps (ADSL2+), 55Mbps/3Mbps (VDSL) , 55Mbps/3Mbps (VDSL) , 300Mbps/100Mbps (VDSL2+)

VDSL2 frequencies.png

Più vicino di così non si può materialmente, e da qui in poi l’unica forma di evoluzione possibile è arrivare con una fibra ottica direttamente a casa dell’utente finale, piuttosto che con un ponte radio anche dedicato, ad un’antenna sopra il tetto.

In realtà esiste uno standard ancora più “capace” della VDSL2+, il G.Fast (per velocità di download fino a 1Gbps), che però non mi risulta avere alcuna diffusione commerciale significativa … consultando Wikipedia ci sono studi teorici per modulare addirittura un Terabit su un doppino … probabilmente si tratterà di standard che non vedranno mai la luce, perchè ormai la diffusione di reti in fibra ottica che arrivano fino alla casa dell’utente (FTTH) stanno per diventare “comuni” … e non è ardito ipotizzare che entro fine decennio possa essere coperto anche un buon 90% del territorio nazionale, con il resto raggiunto da tecnologie wireless con una ragionevole larghezza di banda.

Di sicuro potrei scrivere un’articolo del titolo “L’evoluzione della fibra ottica negli ultimi 40 anni” … considerando che già si parla di “portate trasmissive” dell’ordine di centinaia di Terabit per distanze da dorsale sottomarina su fibre non amplificate.

Per finire, a proposito dei modem xDSL, ho riportato in immagine uno dei modelli più comuni di Fritz.Box, una linea di prodotti fra le più valide e apprezzate, della tedesca AVM, che potremmo ritenere di una popolarità da potersi paragonare ai modem analogici USRobotics … azienda che si è fermata a questi ultimi, con un’incursione poco significativa nel mercato delle prime tecnologie ADSL. A onor di verità avrei potuto utilizzare per l’intero articolo immagini di prodotti Zyxel, produttore ben noto dal mercato e che ha storicamente prodotto sia modem analogici che xDSL … resta che oggettivamente si sia sempre trattato di un “second player” nei casi più felici dei rispettivi mercati POTS e xDSL.

Al prossimo articolo … probabilmente fruito attraverso canali trasmissivi di portata sempre più ampia.

Venezia 30 Gennaio 2020 – Gramolazzo 21 Agosto 2021
MC5510 – Marco Piagentini

Hello world!

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Ecco, modifichiamolo questo “primo post”, perché cancellarlo?

Del resto è questa la “logica” che ha animato i primi tempi di MC, tempi di “scarse risorse” in cui gli “informatici” dell’epoca sono stati addestrati a “spaccare” il bit pur di utilizzare al massimo la memoria il cui costo si misurava in kL/kb (Migliaia di Lire al kiloByte): a quei tempi si riciclava il bit, perchè oggi non riciclare un post?

MC-2020 nasce un po’ per scherzo un po’ no, ad opera di un piccolo gruppo di “informatici” accomunati dalla profonda convinzione che il patrimonio “MC-*”, in almeno alcune delle sue declinazioni (MU- incluse), non debba essere disperso … considerando la quantità di “cultura” prodotta e di professionisti “regalati” al mondo del lavoro, fra cui il sottoscritto che scrive …

In questa logica, poco conta che a scrivere il primo articolo sia un “figlio” di questo mondo piuttosto che un padre … infatti MC-2020 è regolato da un stringente codice etico, perché ciò che vi venga prodotto e pubblicato non possa servire fini privati se non a titolo di immagine.

No, MC non può “morire così”, dovevamo fare qualcosa … e così ecco che il primo aprile sarà condiviso con alcuni, un po’ un “pesce d’Aprile” (come tanti ne venivano fatti su MC) al contrario, un po’ un regalo al VCF, visto che i primi contenuti avranno un certo sapore “vintage” …

Venezia 31 Gennaio 2020
Marco Piagentini (MC5510)